Recensioni

Antonietta Bozzella è nata a Paduli sul Calore, in provincia di Benevento. Un paese, Paduli, sorto sul tufo, per merito di un gruppo di pastori e coltivatori di “batulo” (da cui Paduli), che trovarono questa terra fertile e il clima mite. Dalla sua terra natia Antonietta Bozzella ha ereditato la forza di strappare al segreto della fantasia il modo di colpire, con la pittura e la sua unità intima, il processo originale della sua capacità di espressione senza sbandamenti, senza riferimenti, in quanto alla fermezza tonale fa rispondere sempre la fermezza evocativa, immediata, spontanea, l’equilibrio e la fermezza compositiva. In tutto è chiara l’immanenza del fatto trascendente sul fatto presente, giustificati dall’austero sentimento pittorico. Per quanto espresso siamo lieti di tenere quasi a battesimo quest’artista sannita, nata sul tufo, come questa gente testarda e volitiva. I quadri presentati le annunciano un avvenire aspro e combattivo, in un mondo in cui tutti scrivono e dipingono, ma siamo certi che Ella non deluderà le nostre aspettative.

Reno Bromuro


L’arte di Antonietta Bozzella è amore senza tempo. I profili si stagliano nel mistero della Creazione e producono quell’effetto –genesi che pone in movimento il pensiero. L’armonia si espande in corale sommessa, e i vuoti e i pieni si compenetrano nello stupore del tema: il Canto della Redenzione evidenzia le altitudini tra le quali l’umanità si muove inconsapevole, il più delle volte, del nulla da cui è tratta. Le opere sono pervase di quel dinamismo eccelso, irradiato dallo Spirito , che feconda il sentiero e rafforza le radici dalle quali esplodono i profili e le meditazioni. La Bozzella trae compimento dal suo stesso anelito, essendo immersa nelle simbologie sovrane, che orientano lo sguardo di coloro che compiono il percorso dalla terra al cielo, sebbene restando nella materia. L’arte è sintesi armonica, omaggio al mistero trinitario di cui Cristo è il Passaggio con i suoi eterni fulgori. Il metodo della pittrice è quello degli spiriti eletti, i quali antepongono, allo schema visibile, la regalità incorporea di Colui che ci considera figli. Per questa ragione l’arte della Bozzella è amore senza tempo.

Maria Teresa Palitta


Una tridimensionalità evidente scaturisce dalle sue opere, con colorazioni casuali, nella frammentazione ottica dell’opera in particolari più o meno piccoli, con ridotte sfumature, come fossero madreperlate, che nell’assieme, danno origine ad una ben pilotata sfumatura generale, talmente ben riuscita, così da realizzare la semiotica del dipinto, una colorazione spesso monocromatica, coinvolgente. Una dinamica di tinteggiatura che impegna l’osservatore in emozioni di ricerca di nuovi spazi. Spazi astrali o spazi dell’oscuro e metafisico mondo dell’inconscio. Spazi che portarono alle ricerche di peculiari sensazioni di sacralità.
Le sue tele, verniciate a guache con ben messe zone di piene e zone vuote, danno un immediato bilanciamento ottico a ciascun dipinto che risulta sempre ben impaginato ed equilibrato nelle masse. Da queste opere scaturisce sempre un effetto ottico di centralismo. Un costante gioco focale più chiaro al centro dei dipinti, quasi a voler far intendere che all’autrice non interessi la luce intensa come strumento tradizionale della pittura, con le sue proiezioni caravaggesche, atta a determinare effetti scultorei e plastici sia nelle ombre, che nei chiari delle figure, bensì lei usa la luce come soggetto principale.
Una fonte sorgiva. Fonte intoccabile, ma godibile, come elemento che dà origine a tutte le cose. Cognizione metafisica in una imperante realtà nella ricerca più profonda della coscienza di ognuno. Lei dipinge la luce, ama la luce, cerca costantemente la luce. I suoi dipinti sono una chiara testimonianza del suo difficile ed a volte non capito cammino: l’arte sperimentazione; l’arte nella propria sacralità; l’arte nella ricerca d’identità dell’io; l’arte documento dell’Immenso.
Ecco l’Io narrante di Antonietta Bozzella. La sua tecnica le permette una velocizzazione di esecuzione, promettendole sin dall’inizio dell’opera una consueta riuscita tematica. Antonietta Bozzella, dopo aver dipinto, in ogni tela, il componimento forse più importante suggerito dall’ego, si cimenta in una seconda fase pittorica, a comporre in molte opere alcune espressioni significative che spesso rafforzano i contenuti peculiari consci o inconsci di ogni pezzo di ogni tela. Quanto imposta, ovvero sulle superfici colorate dense di luminosità, la sua grafica, scaturita da immagini a lei familiari (volti, corpi, mani, ecc. ). Ricordi e sensazioni del quotidiano, passato, presente e futuro. Nelle sue tele c’è lei, tutta per intero. Ogni sua opera ha catturato la sua immagine, il suo Io, con tutte le sue sensazioni e contraddizioni. Antonietta Bozzella ci fornisce un modo diverso ed autenticamente vero di fare arte. Da tempo è diventata una nuova tessera del grande mosaico della storia dell’arte. Una tessera luminosa.

Giorgio Fiordelli


La pittura di Antonietta Bozzella non è sempre fruibile al primo sguardo. A volte occorre che l’occhio riposi per cogliere il nesso dei colori e delle evocazioni. Nel riquadro centrale è stato dipinto con mano felice quel che resta dell’antica basilica di Santa Sinforosa. Ancora nel V secolo era meta di pellegrinaggi da tutta Europa. Adesso è diruta e solamente ingentilita dalla flora ruderale. Attorno, a farle da cornice, emergono da una luce di Paradiso i volti dei sette martiri, o sette angeli, o sette spiriti, che sono simboli nel numero e nell’atmosfera rarefatta in cui sono sospesi, della chiesa vivente, abitante e sopravvissuta a quella di Pietro. A sovrastare il tutto, il volto della Santa. E se da un lato esprime la sua maternità sui figli martiri, quasi comprendendoli e abbracciandoli in una pioggia di capelli fluenti, dall’altro lato ilo verde e l’oro dicono bene del destino loro e della chiesa tutta: è il verde riposante dei pascoli sullo sfondo d’oro, che brilla di luce propria, del Paradiso. A differenza di altri lavori della Bozzella, questo è evocativo e pacificante al tempo stesso.

Don Gino Tedoldi
per un’opera esposta a Palazzo Valentini nel 2003
nell’ambito della mostra “Fantasie e Immagini della provincia di Roma”





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